OMAGGIO A GIANNI MURA, GIORNALISTA  DALLA PROSA ASCIUTTA  E INCISIVA, DALLA FIRMA AUTOREVOLE E MAI SPOCCHIOSA di RAFFAELE POMPILI

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Gianni Mura

Anche dal nostro giornale vogliamo dedicare un breve ricordo a Gianni Mura. Il grande giornalista è scomparso improvvisamente a 74 anni a Senigallia il 21 Marzo scorso, dove aveva iniziato da qualche giorno un ciclo di cure. Il suo cuore, invero già sofferente, lo ha tradito. E in tempi di coronavirus non vi è stato modo nemmeno di tributargli l’estremo saluto. Niente funerale, niente celebrazione, neppure una cerimonia laica. “Poco male”, avrebbe commentato lui mai in cerca di ribalte prestigiose. Figlio di un sardo Maresciallo dei Carabinieri, meglio noto per la sua abilità di investigatore come il “Maigret della Brianza”, Mura mostrò da subito il suo talento precocissimo. Gianni Brera se ne accorse presto e lo prese sotto la sua ala protettiva fino a fare del “Giovannino”, scomparso precocemente Beppe Viola, il suo erede designato. Senza le amabili asprezze e la vis polemica del suo maestro, Mura non ha mai mancato di dire la sua. Con lo stile ed il garbo che lo distinguevano. Con la prosa asciutta e incisiva della firma autorevole e mai spocchiosa. Pigiando indefessamente per 50 anni sulla sua Olivetti lettera 22 (ne possedeva 5) prima di arrendersi, ma con molto scorno, a computer e tablet. La sua memoria prodigiosa lo ha sostenuto nelle sue splendide cronache dal Tour de France. Più che articoli erano gustosi ritratti di quel ciclismo che ha amato certamente più del calcio. Più di tutti, oltre a Paola compagna di una vita, gli piacevano i perdenti e, nel caso, i modesti gregari al servizio dei più celebri capitani. Fece un’eccezione per Marco Pantani fino ad innamorarsene sportivamente quando gli confessò che i suoi prodigiosi scatti in salita “servivano a ridurre la sua agonia”. Se ne ricordò con profonda amarezza quando dovette commentare la prematura  scomparsa del campione romagnolo. Di altri campioni ha parlato (poco) in tv e scritto (molto) senza eccessivo trasporto. Scriveva certamente con maggiore entusiasmo di un poeta sconosciuto o di Faber (Fabrizio De Andre’) di un buon vino, meglio se rosso, o di una cassoeula consumata preferibilmente in osteria, meglio se con un gruppo di amici pronti a tirar tardi. Chi scrive ha avuto la fortuna di stringergli la mano e conversare con lui per un poco nel 1997 quando il Giro d’Italia fece tappa a Fiuggi.

Lo andai a cercare nell’angolo in fondo della sala stampa. Il pretesto era di consegnargli da amministratore comunale un volume su Fiuggi, che spero ben collocato nella  enorme biblioteca del suo appartamento milanese vicino alla stazione centrale. Mi ringrazio’ con parole non di circostanza. Parlammo di acqua, la nostra,  e di vino, Cesanese, e lì mostrai tutti i limiti dell’astemio, quale sono, sull’argomento. E’ la prima ed unica volta in cui in cui ho maledetto la mia idiosincrasia per il vino. Da lettore gli scrissi una sola volta per commentare un passaggio della sua celebre rubrica domenicale su Repubblica “sette giorni di cattivi pensieri”. Ero stato in quei giorni a Roscigno un borgo abbandonato ed incantato del salernitano e lui ne aveva scritto da poco con ammirazione. Mi rispose in due giorni ringraziandomi per la condivisione e l’apprezzamento. Nel 2006 feci una breve vacanza con mia moglie a Milano e con una coppia di amici volli andare a mangiare “all’Assassino”, il locale del centro teatro delle famose cene del giovedi sera con Brera, Nereo Rocco, Cesare Maldini e tanti altri fra cui il giovanissmo Gianni Mura. La mancia allungata al cameriere mi permise anche una breve escursione con annesso racconto delle puntate in cantina di Brera, Rocco e solo raramente del Juanin. Gianni Mura sapeva scrivere come pochi ma sapeva anche prestare ascolto agli umili, quelli che non sente nessuno. E non certo perche’ il suo cuore batteva a sinistra. Era anche uomo dalla generosità e prodigalità disarmante. Ha scritto Paolo Ziliani sul Fatto Quotidiano: ”che scrivesse di calcio o di ciclismo, di vino o di cucina, di De Andre’ o di Guccini, ti lasciava sempre la sensazione di uscire arricchiti alla fine della lettura di ogni suo articolo”. E’ esattamente quello che ho provato iniziando a leggerlo da ragazzo, come credo ciascuno dei suoi affezionati lettori. E non posso che salutarti, caro Gianni, perdonerai la confidenza,  con quella frase che avevo già preso a prestito e che avevi coniato per i tuoi saluti più sentiti: “che la terra ti sia lieve”.