CONTAGION: CIÒ CHE ASSALE LA MIA MENTE.

0
491

 

Ludovici Lucrezia

Mi piacerebbe partire da “lontano”. Mi piacerebbe poter rispondere alle classiche domande del tipo “Chi siamo?”, “Dove andiamo?”, “Perché lo facciamo?”, ma non posso. Il motivo è semplice: se potessi e sapessi farlo a quest’ora ci sarebbe la mia faccia nei templi e le mie risposte nelle bibbie. Non posso rispondere a domande che io stessa mi pongo. Però, un giorno, per mia fortuna,  qualcuno da dietro una cattedra ha tentato di chiarirmi, senza pretese,  alcuni punti così:

“L’uomo è un animale sociale definito dalle relazioni con gli altri e legato ai suoi simili”. Questo è quanto fin da subito ci spiegano e mettono in chiaro materie come la psicologia sociale, l’antropologia, la sociologia e che, forse, viene dato per scontato più di ogni altro assunto al mondo.

Sembra essere trattato come un semplice periodo buttato lì, immeritevole di ulteriori spiegazioni e dimostrazioni empiriche.

Succede, però, che come la storia dell’uomo ci insegna, in un determinato momento della nostra esperienza sensibile, arriva “una minaccia” che non è sempre la stessa. Può avere diverse entità ed è in grado di rimettere in gioco anche le nozioni più interiorizzate seppur aprioristicamente.

Ora, mantenendo questa linea e fidandoci della bontà di questo chiarimento, sarebbe opportuno capire anche se siamo vittime di minaccia o soggetti in pericolo.

Attualmente echeggia ovunque, e quasi caratterizza le nostre giornate, la così definita “minaccia del coronavirus”: “Il coronavirus è una minaccia senza precedenti”, ci dicono, oppure “Livello minaccia mondiale virus ora molto alta”, e ancora “La minaccia di pandemia è diventata molto reale”.

Da un momento all’altro ci troviamo a fare i conti con cocktail di parole, forse poco chiare andando oltre il senso comune, che non fanno altro che dare avvio, per poi continuare ad alimentare, ad emozioni quali estrema paura ed allerta eccessiva che mal coincidono con la richiesta di razionalità e lucidità che alcuni scenari come questo fanno.

Analizzando alla lettera la differenza tra “minaccia” e “pericolo ” sappiamo che la minaccia viene vista come “il fatto di promettere o annunciare un male, un danno […]”, mentre il pericolo viene definito come “circostanza o complesso di circostanze da cui si teme che possa derivare grave danno.” (Treccani)

Ci sentiamo in pericolo di fronte ad una minaccia, ci agitiamo, scappiamo, andiamo, torniamo senza sapere né dove né perché, ma lo facciamo a tutti i costi.

C’è una minaccia, ce lo dicono e purtroppo spesso, come in questo caso, riusciamo anche noi stessi a vederne le conseguenze. Già il fatto di saperlo, però, e di non starsene con le mani in mano ad aspettare che passi senza strascichi drammatici (come ci viene richiesto ora per evitare l’ulteriore diffusione del virus), fa si che ci si senta meglio, meno esposti, quasi immuni da tutto.

Ma siamo sicuri che la vera minaccia in questo momento sia batteriologica  e non la quotidianità modificata dalle nuove regole istituzionali del gioco? D’altronde sarebbe più che legittimo, siamo animali sociali!

Le parole ci fanno paura, i media fanno paura, i telegiornali ci spaventano. Questo succede perché i mezzi di comunicazione, che dovrebbero giocare dalla nostra parte in questi momenti rassicurandoci e spiegando realmente come stanno le cose, diventano e si riconfermano strumenti di accettabilità e visibilità a tutti i costi. L’unico credo, che sembra essere dominante, è la celebre frase di Oscar Wilde: “Nel bene o nel male, purché se ne parli.” Giusto o sbagliato che sia ciò che si dice, anche a livelli meramente statistici, non importa, purché se ne parli!

Questo linguaggio tipico è sempre esistito e sempre esisterà, sta a noi approfondire ciò che leggiamo, vediamo o ascoltiamo, a maggior ragione se ci riguarda da vicino. Siamo l’era del “tutto e subito”, la modernità liquida che ci ha raccontato Zygmunt Bauman, colei che caratterizza ogni aspetto della nostra vita. Forse però ora è il caso di fare un passo indietro. Ragionare. Bisogna chiarire e chiarirsi, soffermarsi su cosa sia giusto o sbagliato, cosa sia vero o falso, cosa ci fa bene e cosa no.

 

Sarebbe opportuno, a parer mio, diffidare da informazioni che sembrano esser meri e tristi necrologi (soprattutto online) accompagnati da binomi di soggetti che non sempre sono correlati. La parola “coronavirus” e la parola “morti” nella stessa frase non sempre stanno descrivendo l’una l’immediata conseguenza dell’altra. Ascoltate da quale voce arrivano quelle parole, sia essa fisica o digitale, indagate sulle fonti, non fermatevi all’apparenza, non pontificate su ciò che non avete la certezza sia esatto.

Ciò che stiamo vivendo in questi giorni, e che vivremo ancora per un pò, non è da sottovalutare. Ci presenta nuove complessità, nuove sfide e sicuramente nuove paure, però non siamo soli: siamo animali sociali, distanti ma uniti più che mai. Non sappiamo altro se non da dove siamo partiti e dove sono certa che arriveremo. Ciò che c’è nel mezzo è anche compito nostro  costruirlo con razionalità, collaborazione e un’abbonante dose di buon umore che nonostante tutto non guasta mai.

Per ora facciamoci bastare i saluti da balcone a balcone, la musica per le strade, i sorrisi dietro i vetri  delle finestre. Chiamiamoci e video chiamiamoci, scriviamoci e urliamo a gran voce il nome del nostro amico dall’altra parte dello scaffale se ci incontriamo a fare spesa. Nessuno ci prenderà per matti, anzi, magari qualcun altro si aggiungerà al saluto!

Manteniamo la calma! Tutto si sistemerà! L’esito di questa nuova sfida, stavolta, dipende da ognuno di noi.

Ricordiamoci che non siamo bestie, dobbiamo essere e siamo animali sociali.

LUCREZA LUDOVICI