IL BACINO MINERARIO DI FIUGGI, CARATTERI DI UNICITA’ di CARLO SEVERA

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UN REGALO PREZIOSO DALL’EVOLUZIONE GEOLOGICA

Una serie di fortunosi eventi hanno segnato la formazione del bacino minerario di Fiuggi, iniziata con gli eventi geologici e tettonici da cui prende origine l’intero Appennino, circa 50 milioni di anni fa. Proprio a quell’epoca possiamo far risalire la formazione della “Conca di Fiuggi”, un bacino idrografico privo di emissario, che si estende per circa 50 chilometri quadrati verso l’Abruzzo e che raccoglie le acque meteoriche, convogliandole, attraverso una fitta rete di torrenti, verso la porzione più depressa, l’esteso bacino lacustre del Lago di Canterno.

L’assenza di un emissario, cioè di un corso d’acqua di scarico, ha favorito la formazione del bacino lacustre e di una fitta rete di condotti carsici, localizzati principalmente ai piedi di Monte Porciano nella zona del Santuario Madonna della Stella. Proprio a tale fenomeno possiamo ricondurre la formazione di un letto di sedimenti meno permeabili di natura argillosa e limosa, deposti a seguito del trasporto ad opera delle acque meteoriche. Su questo primo strato se ne accumularono altri. Siamo circa a 500 mila anni fa quando, in seguito alle eruzioni vulcaniche degli apparati laziali, tutte le montagne dell’attuale territorio di Fiuggi sono state ricoperte da una spessa coltre di lapilli, pomici e ceneri che, dilavate dalle piogge e trasportate verso valle, hanno formato – proprio nella porzione più depressa della valle – un importante accumulo di sedimenti di origine piroclastica. Moderni studi geologici sugli apparati laziali hanno confermato eruzioni vulcaniche fino a 5 mila anni fa, e quindi una continua ricarica di prodotti di ricaduta che si sono accumulati per decine di metri.

Proprio come avviene oggi durante le forti piogge, dobbiamo immaginare che in 500 mila anni, tra un episodio vulcanico e l’altro, i sedimenti piroclastici sono stati dilavati dai rilievi che bordano la “Conca di Fiuggi”; sono stati quindi trasportati e rilasciati in depositi lentiformi di dimensioni diverse a seconda dell’intensità delle piogge: essi oggi costituiscono i “serbatoi confinati” all’interno dei quali si immagazzina l’Acqua di Fiuggi. “Serbatoi confinati”, dunque chiusi o quasi isolati, perché nel tempo che passava, tra una pioggia molto intensa e l’altra, su questi depositi di materiale trasportato dalle piene nasceva piccola vegetazione: si formava per pedogenesi (formazione di suolo) uno strato relativamente sottile di materiale meno permeabile, cioè quei livelli che oggi impediscono alle acque piovane di infiltrarsi, di mescolarsi all’interno di un unico serbatoio e drenare velocemente verso il basso.

Il meccanismo del dilavamento e accumulo progressivo dei sedimenti piroclastici è il processo naturale alla base della struttura del bacino minerario di Fiuggi e della sua particolarità idrogeologica: un acquifero vulcanico dalle dimensioni relativamente ridotte lontano però dai vulcani, “sospeso” in una formazione di rocce carbonatiche, sovrastato da floridi boschi di castagno.

                                                   DI ACQUA FIUGGI CE N’È UNA!                      

Quante volte ci hanno detto: «…l’acqua di quella sorgente? È come l’acqua di Fiuggi». La prossima volta siamo autorizzati a sorridere!

Studi scientifici di grande affidabilità – alcuni dei quali peraltro non troppo recenti -, consentono di poter affermare con decisione che l’acqua di Fiuggi non è solo un’acqua ‘leggera’ tipica in realtà di depositi vulcanici, quanto piuttosto il prodotto medicamentoso generato per effetto della filtrazione, secondo percorsi ad andamento sub-orizzontale, di acque piovane di montagna in depositi vulcanici confinati, attraverso i quali le stesse acquisiscono le singolari proprietà chimico-fisiche, che sono alla base della loro efficacia nel trattamento di particolari patologie, tra le quali possiamo citare quelle afferenti la calcolosi renale e l’iperuricemia.

Tre elementi risultano determinanti in questo equilibrio particolarmente delicato e vanno quindi tenuti in chiara considerazione:

1 – La falda è alimentata solo e soltanto dalle piogge che cadono direttamente sul bacino minerario. Non si ha nessun tipo di apporto diverso dalle precipitazioni meteoriche. La falda contenuta nella struttura carbonatica mesozoica di base (roccia calcarea) è molto profonda, per questo si giustifica una perdita dalla falda oligominerale verso la falda di base, ma non il contrario. Sfondare attraverso perforazioni profonde il letto impermeabile del bacino è un’operazione ad alto rischio per il potenziale svuotamento del serbatoio minerario ‘sospeso’.

2 – La falda oligominerale non è contenuta all’interno di un grande unico serbatoio di sedimenti vulcanici, ma nel trasferimento verso gli strati più profondi, circola lentamente all’interno di sacche di materiale piroclastico seguendo un percorso preferibilmente sub-orizzontale. Le acque migliori (dal punto di vista dello standard di etichetta) sono quelle contenute nelle falde più superficiali. Più si procede con la profondità più aumenta la durezza. Nei pozzi di emungimento attivi, nessuno ad elevata profondità, si risente dell’apporto meteorico con ritardo di circa un mese dall’evento.

3 – Il ruolo della vegetazione, dei boschi di castagno, della coltre di foglie secche a terra, delle felci è determinante nella caratterizzazione chimico-fisica delle acque. È recente lo studio che ha rilevato una macromolecola del gruppo dei composti organici e minerali (acido umico) particolarmente attiva per l’efficacia delle acque.

LA SALVAGUARDIA DEL BACINO, UNA RESPONSABILITÀ DI TUTTI

La conoscenza del bacino è capillare ed organica. Si conoscono puntualmente le caratteristiche, le potenzialità, le condizioni per eventuali sviluppi; si conoscono perfettamente le criticità. Il modello del bacino al quale, per conto di Francesco de Simone Niquesa, lavorò negli anni settanta il Prof. Carlo Boni, uomo considerato tra i padri dell’idrogeologia moderna, e dal quale è stato sviluppato l’attuale sistema di emungimento, descrive perfettamente l’equilibrio geologico e idrogeologico dell’acquifero.

Esso rappresenta un patrimonio per la comunità e la conoscenza del suo funzionamento, fondamentale per una tutela reale e qualificata dello stesso, è una responsabilità che sta in capo ad ognuno di noi, a tutti i cittadini, a tutti gli Amministratori, a tutti i tecnici e i consulenti che a vario titolo si trovano ad interagire con il bacino.

Non abbiamo bisogno dunque di ulteriori studi scientifici idrogeologici. L’attuale modello idrogeologico oltre ad essere assai completo e rispondente alla realtà, consente già lo sfruttamento su volumi importanti, prevedendo l’aumento delle potenzialità industriali. Ogni attività sul bacino è dunque inutile, se non addirittura potenzialmente dannosa nella misura in cui potrebbe esporre ad un rischio l’equilibrio sottile della miniera. Ci resta solo di adoperarci per la salvaguardia della nostra risorsa.

 

POCHE REGOLE,  ELEVATI LIVELLI DI ATTENZIONE

È arrivato il momento di attuare le misure di protezione indicate già dagli anni ’70, misure di tutela generale che riguardano tutti.

Il perimetro del bacino minerario è veramente piccolo. Per non sbagliare dobbiamo imparare a considerare indicativamente esterno al bacino di protezione tutto quello che insiste sulle rocce calcaree e le pendici di Caiano.

Nella porzione di territorio compreso tra quanto già costruito e le pendici dei monti verso Acuto e Ferentino è necessario evitare azioni di qualsiasi natura, far rispettare il divieto di pascolo e favorire interventi di bonifica ove necessario.

Nella zona immediatamente adiacente già antropizzata ma ricadente nella perimetrazione di bacino, si possono realizzare tutti gli interventi di ampliamento, ristrutturazione e miglioramento di manufatti esistenti conseguendo un perfezionamento degli standard di protezione preesistenti: miglioramento delle reti fognarie, dei corsi d’acqua. Regolare con apposite procedure tutte le attività che possano incidere sulla modifica delle condizioni di infiltrazione dell’acqua nel terreno, mentre nessun vincolo, ma solo buonsenso, per le aree esterne.

In nessun caso procedere con perforazioni verticali all’interno del bacino, perché si connettono verticalmente falde sovrapposte nelle quali il flusso naturale ha un andamento sub-orizzontale, con conseguente aumento della velocità di percolazione verso il basso e alterazione delle caratteristiche per miscelamento.

La gestione della miniera a fini industriali deve essere affidata solo a persone altamente competenti. Eccessi nell’utilizzazione dell’acquifero o insufficiente ricarica della falda più superficiale possono determinare un innalzamento dei livelli profondi a maggiore durezza, con danneggiamento irreversibile della falda. Inoltre le quantità di acqua emunta deve tenere conto del volume delle riserve regolatrici, cioè le riserve rigenerate attraverso le piogge.

Abbiamo ereditato dalla natura un sistema fortemente delicato da cui intere generazioni hanno tratto ricchezza; nostra è la responsabilità preservare questo patrimonio e trasferirlo alle future generazioni.