CARISSIMI AFFETTI LONTANI

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ValentinaCaro Direttore,

Grazie per l’opportunità che di nuovo mi concedi: non immagini l’emozione che provo nel poter virtualmente abbracciare la mia Fiuggi, te e tutti gli affetti che porto nel cuore, visto che ad essere lontani non sono più solo gli Amici.

La Spagna è un paese meraviglioso, molto simile al nostro. Le persone sono ospitali come noi Italiani e anche cultura e tradizioni si somigliano parecchio. E’ vero, la mia condizione di migrante è super privilegiata, essendo cittadina Europea. Ma non ti nascondo momenti di grande sconforto, solitudine e vera e propria paura nel dover ricostruire un’identità, una buona rete di relazioni professionali e non e, in una sola parola, la tranquillità, lontana da casa.

L’ultimo periodo in particolare, a causa di un piccolo incidente, mi ha fatto riflettere molto.

Ti tranquillizzo, niente di grave. Una caduta scema sui pattini: per me sono puro diletto ma qui a Valencia costituiscono un vero e proprio mezzo di trasporto, data l’estensione capillare delle piste ciclabili. Per fartela breve, questa caduta, scema scema, per certi versi anche comica, ha comportato la frattura aperta del radio sinistro e, di conseguenza, un piccolo intervento chirurgico. Prima ancora, però, di sapere tutto ciò, non ti dico: un dolore lancinante, mai provato in vita mia. Talmente forte che a malapena in ospedale sono riuscita a riferire le mie generalità, in un linguaggio multiplo: per quel poco che ricordo, parlavo una lingua mista tra spagnolo, inglese e italiano. Gli infermieri, questo sì lo ricordo con estremo divertimento, si sono fatti delle gran belle risate. Ripensandoci ora, per la verità, viene da ridere anche a me. Ma non in quel momento, credimi, e nemmeno negli istanti che hanno preceduto e seguito l’intervento. Il primo vero sorriso credo di averlo fatto alla vista di mia madre e mio fratello, arrivati per la grande occasione…Poverini! Un momento che non dimenticherò mai, finalmente la tranquillità di aver vicina la mia famiglia.

Questo piccolo incidente lontano da casa, caro Direttore, mi ha fatto riflettere molto ed ho capito tante cose.

Ho capito che davvero nulla è mai scontato, nemmeno uscire in un normalissimo pomeriggio estivo a pattinare.

Ho capito che bisogna essere sempre prudenti, soprattutto ad una certa età, quando si ha più paura di cadere, perché si cade proprio male.

Ho capito, però, che non voglio far vincere questa paura e, appena starò meglio, voglio pattinare di nuovo, con le protezioni, tutte, in primis, quelle per i polsi.

Ma soprattutto ho capito che in caso di pericolo, quando il dolore ti offusca del tutto la mente e non ti lascia molta lucidità, quando hai paura, quella vera, beh… in quei momenti, ovunque ti trovi nel mondo, non serve sapere la lingua perfettamente. Non serve nemmeno parlare.  In quei momenti devi avere solo la grandissima fortuna di trovare umanità, di vedere intorno a te sguardi che ti rassicurino, di ascoltare voci amiche che ti confermino che stanno per arrivare i soccorsi perché li hanno chiamati al tuo posto, e, passata finalmente l’emergenza, la fortuna di arrivare nelle mani di medici fantastici che fanno il loro meglio a prescindere dalla tua origine.

Sono stata fortunata, davvero fortunata. E non posso non pensare a chi, al contrario, non può dire lo stesso. La mia mente non ha potuto far a meno di immaginare, anche se solo lontanamente, la sofferenza che vediamo nel volto dei tanti migranti che arrivano tutti i giorni, anche qui in Spagna, da paesi in cui vivere è impossibile davvero. Migranti sfiniti, mica privilegiati come me. Migranti che, esausti, straziati dalle sofferenze fisiche e psicologiche patite prima e durante il viaggio, quando pensano che l’odissea sia finalmente finita, ad un passo dalla terra ferma, trovano la porta chiusa e, senza nemmeno capire il perché, viene loro negato anche il primo necessario soccorso: un trauma che sarà indelebile. Per gli adulti, ma per i bambini, soprattutto. Li vediamo, sono tantissimi: nell’’età della pre-adolescenza, in quella della prima infanzia. Li vediamo neonati e li vediamo non ancora nati, nel pancino delle loro mamme coraggiose.

 E’ certo che nessuno di loro, per fortuna sopravvissuti, nessuno di loro dimenticherà mai le braccia distese delle bellissime persone che li ha aiutati quando pensavano di morire.

Il paragone è davvero indegno, mi rendo conto. Ma nemmeno io dimenticherò mai le due famiglie che, al mio grido “help me, please!”, vedendo solo un braccio un po’ malconcio, mi hanno immediatamente soccorso ed hanno atteso con me l’arrivo dell’ambulanza, da loro chiamata. Non ho più rivisto queste persone, forse non le vedrò mai più, ma in ospedale, oramai tranquilla perchè in mani sicure, sorridevo e mi commuovevo al pensiero che, a prescindere da dove sei, cosa fai, di che nazionalità sei, quando sei in pericolo… Puoi, anzi, dovresti sempre poter contare su donne, uomini, esseri umani come te, in grado di aiutarti.

Non credo sia una questione di civiltà, si tratta di umanità, nient’altro.

Scusa se mi sono dilungata, ma mi piaceva condividere queste riflessioni con i miei affetti più cari, ora un po’ lontani fisicamente, ma sempre accanto a me, tutti i giorni, soprattutto in quelli più difficili.

Non vedo l’ora di abbracciarvi tutti, uno per uno.

Grazie Direttore.

VALENTINA