A NOVEMBRE L’AGENZIA DEL TURISMO COMPIRA’ 100 ANNI INTERVISTA A GIORGIO PALMUCCI, PRESIDENTE DELL’ENIT

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di Daniela Vergara

“L’Enit deve fare in modo che, per promuovere la destinazione Italia, le regioni lavorino insieme facendo sistema – Nella strategia dell’Enit, all’interno di quello che è il turismo classico, le terme contano molto”

Palmucci

Lei è in carica effettiva da metà maggio. Prima di tutto in bocca al lupo! Ora la domanda: nuovo presidente significa nuova Enit? R. L’Enit ha una lunga storia, a novembre festeggiamo i 100 anni, come a dire che l’attenzione da parte del nostro paese per il turismo ha un secolo. Veniamo da un decennio abbastanza tormentato che ha visto un commissariamento, il cambio da ente pubblico economico ad azienda privata e negli ultimi tre anni un consiglio di amministrazione e una fase complessa di ricostituzione e riorganizzazione della struttura.
D. Quindi ora una nuova partenza.
R. Sì e partiamo avvantaggiati con un nuovo CdA, la struttura composta dalle persone che lavorano qui a Roma e 28 tra uffici e rappresentanze in giro per il mondo.
D. Come definirebbe il suo compito alla guida dell’Enit?
R. Direi che devo essere un facilitatore. Mi spiego: nel pieno rispetto della riforma costituzionale del capitolo V – che attribuisce alle regioni la competenza
sul turismo – l’Enit deve fare in modo che, per promuovere la destinazione Italia, le regioni lavorino insieme facendo sistema. Ma non solo. Nei paesi che per noi sono paesi prioritari vogliamo, ed io ho già cominciato a farlo, coinvolgere le ambasciate, gli istituti italiani per il commercio estero, le camere di commercio, gli istituti di cultura.
D. Quindi parole d’ordine?
R. Lavoriamo tutti insieme, andiamo avanti, mandiamo avanti la destinazione Italia come il paese che ha tutte le caratteristiche per soddisfare le aspettative e le esigenze di turisti provenienti da ogni parte del mondo. Tutto questo collaborando sia con il settore pubblico sia con quello privato.
D. Perchè si ha la sensazione che governo, parlamento, enti locali non facciano quanto dovrebbero e potrebbero per favorire il turismo? A volte è come se vivessimo di rendita.

R. Del titolo V della Costituzione abbiamo detto. Aggiungiamo il referendum del ’93 che aveva abrogato il Ministero del Turismo . Da qui la difficoltà: manca una visione coordinata, quindi non c’è una politica veramente nazionale. Negli ultimi anni il turismo o era un ministero senza portafoglio all’interno della Presidenza del Consiglio o è stato abbinato in passato ai Beni Culturali e adesso all’Agricoltura. In questo Governo il Ministro Centinaio ha veramente voluto essere anche Ministro del Turismo.

D. Il turismo è definito il nostro oro o il nostro petrolio. I motivi
per cui i turisti stranieri scelgono l’Italia ?
R. Per fortuna molti. Il “brand” Italia ha un tale valore a livello mondiale da metterlo ai primi posti nei progetti di vacanza. Siamo nelle aspirazioni di viaggio sia dei turisti che viaggiano da tempo, sia di chi viene dai paesi cosiddetti emergenti.
D. I tre motivi principali?
L’arte e la cultura, l’enogastronomia e terzo elemento, il made in Italy perché sicuramente l’immagine della moda, del design attrae automaticamente il turista che vuole venire a vedere dove il prodotto è stato ideato e realizzato. Sono “plus” che uniti a
quello che la natura ci ha dato (8.000 chilometri di coste, laghi , Alpi, Appennini,
collocazione geografica e clima) ci fanno unici.
D. Lei lavora nel mondo del turismo da più di 30 anni. Conosce bene questa regola: “è importante che un turista arrivi, ma è ancora più importante che ritorni”. Però
a volte i turisti lamentano pressapochismo e mancanza di professionalità nel servizio offerto. Quanto nuoce tutto questo?
R. Molto. Sicuramente da un lato c’è stato un addormentarsi sugli allori. Diversi operatori avendo vissuto il boom degli anni ’60 e ’70 non hanno investito per adeguare l’offerta
alle nuove esigenze. Oggi i turisti si sono evoluti e, oltre a tutto, nessuno accetta di avere in vacanza meno di quanto abbia a casa propria. In secondo luogo la ricettività alberghiera in particolare in Italia è affetta da nanismo.
Su 34.000 alberghi solo il 4,5% fanno parte di catene. Il che significa che sono soprattutto a gestione familiare, di dimensioni medio piccole, una media di 28 camere, mentre gli
alberghi di catena sono intorno alle 100 camere.
D. E questo è uno svantaggio?
R. Il fatto di avere un’offerta così frammentata, e una gestione molto familiare spesso va a discapito della formazione. Solo negli ultimi 20 anni si sono sviluppati gli istituti professionali del turismo e alberghieri. Oggi si chiede sempre più formazione professionale, non solo per l’attività alberghiera, ma anche per la ristorazione, le agenzie di viaggio e via dicendo E’ poi inaccettabile che il personale di un albergo, soprattutto “front”, non parli un inglese fluente. Insomma la formazione è una priorità se si vogliono
conquistare nuovi mercati e veder crescere la propria attività.
D. Ma quanti sono i turisti in Italia?
R. Le do le cifre dei pernottamenti. Lo scorso anno sono stati 430 milioni, suddivisi più o meno in parti uguali tra turisti italiani e stranieri. Le organizzazioni mondiali del settore
indicano che su scala internazionale almeno fino al 2030 il turismo avrà una crescita continua.
D. E in Italia ?
R. Buone notizie, si prevede che per noi la crescita sarà coerente almeno con la media europea. Lo scorso anno per esempio l’Italia – dati Eurostat – con il suo 5,4% ha perfino superato la media continentale (parliamo sempre di crescita) che è del 5,1% La Spagna,
nostro principale competitor, è andata sotto questa percentuale.
D. A proposito di offerta e serietà, mi spiega il mistero delle stelle? Ma come vengono assegnate?
R. Questo è un problema tutto italiano. La nostra classificazione alberghiera
è a livello regionale. 20 regioni, 20 indicazioni. Senza contare che mancano le verifiche del rispetto delle classificazioni. In Svizzera, per esempio, ogni due anni arriva un certificatore incaricato dal governo federale, armato di un book con un centinaio
di parametri da spuntare, se non se ne centrano più di 7 si concede un tempo
per adeguarsi. In caso contrario c’è la retrocessione.
D. Allora la soluzione per l’italico caos- stelle?
R. L’introduzione di una classificazione nazionale.
D. E il regime fiscale che aiuterebbe il settore turismo? R. Sicuramente sarebbe utile , e non solo per noi, la semplificazione, perché la farraginosità delle nostre normative danno un appesantimento burocratico. Mi sembra che si renda la vita un po’ troppo difficile. Poi dovremmo verificare, almeno all’interno
della UE gli svantaggi competitivi che derivano, per esempio, dalla aliquota agevolata Iva che ora è del 10%, mentre in Spagna e in Francia sono inferiori.
D. E la questione B&B?
R. C’è spazio per tutti perché un’offerta differente e differenziata permette di accontentare una platea dai gusti e dalle esigenze diverse. L’ importante è che non ci sia concorrenza sleale anche tra i vari tipi di ricettività.
D. Parliamo di Sud. Lo si può recuperare sotto il profilo del turismo? Cosa lo frena e non lo fa decollare?
R. C’è prima di tutto un problema infrastrutturale. Un esempio eclatante?
La Sicilia. Paragoniamola alle isole Baleari, entrambe le mete hanno il mare, ma la nostra isola ha un’offerta dal punto di vista culturale ed enogastronomica mille volte superiore. Però il numero di voli che dall’ Europa arrivano in Sicilia è meno della metà dei voli che dalla sola Germania arrivano alle Baleari. Si deve anche capire che in Sicilia la stagione può essere aperta tutto l’anno o quasi. In un paese come il nostro dove c’è soprattutto al
Sud un’alta percentuale di disoccupazione giovanile, il turismo potrebbe dare veramente risposte concrete perché è un’attività “labor intensive” , cioè ad alta intensità di lavoro . Può essere una straordinaria fonte di occupazione.
D. E’ vero che c’è un turismo di categoria?
R.. Certo. Dalla convegnistica, a quello religioso, enogastronomico, sportivo, del benessere. In molti paesi del mondo, per esempio, la parte convegni viene guardata con grande attenzione perché chi viene per parteciparvi può pensare di tornare con la famiglia in altri momenti. Oggi si punta anche su quello che viene chiamato “bleisure” : si viaggia per business e si aggiunge la vacanza, il piacere della scoperta dei luoghi e di
quanto offrono.
D. Le terme nella strategia dell’Enit quanto contano?
R. All’interno di quello che è il turismo classico, le terme, allargate al benessere contano molto. Spesso, però, l’immagine termale rimane legata al passato, quindi al termale medicale, ma con le acque termali si deve fare anche il benessere. Fino ad una ventina
di anni fa il termale era strettamente legato all’aspetto medicale, quindi non tanto al turismo quanto alla cura, rimborsata poi dall’Asl. Quel tipo di approccio è superato. Molte destinazioni termali ne hanno sofferto e ne stanno soffrendo. La stessa Fiuggi, così come Abano, Montecatini, Montegrotto, Salsomaggiore si sono un po’ addormentati
sugli allori e non hanno considerato che quei clienti che arrivavano senza sforzo, automaticamente, dovevano essere “ripresi” . E così non hanno rinnovato le strutture e non si sono rinnovati loro. In secondo luogo sempre di più a livello mondiale il discorso “wellness” ha dato modo di riqualificare e rivedere l’offerta. Non si vive solo di parte medicale.
D. Un consiglio agli albergatori di Fiuggi?
R. Fare in modo che la struttura ricettiva sia coerente con la domanda. In secondo luogo essere innovativi e quindi cercare di fare in modo che le attività termali siano solo una parte del bouquet. La success story del Trentino Alto Adige deve far riflettere: è una regione che, oltre alle montagne, ha la fortuna di avere acque termali. Sono stati così bravi da puntare sul wellness nel senso più ampio. Una scelta di successo.